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Da circa dieci anni, nel poco tempo libero, mi interesso alla viticoltura con una particolare attenzione alla creazione di incroci tra le varietà di cui possiedo, nel mio piccolo fazzoletto di terra,  una modesta collezione. 

Prima di dire nel dettaglio della mia passione e dei risultati di quest'autunno, conviene forse precisare che le varietà di uva oggi normalmente coltivate derivano dalla pratica millenaria, esercitata da contadini di ogni dove e di ogni tempo, di allevare, probabilmente in terreni marginali, le uve nate "accidentalmente" da seme fino alla loro fase riproduttiva, ovvero fino all'apparizione del fiore e quindi del frutto, fase in cui la pianta entra dopo un (lungo) periodo che va dai cinque ai dieci anni dopo la germinazione del seme. Dopo quel lungo periodo, sicuramente atteso dai contadini più che dai re, si potevano valutare le caratteristiche del frutto e quindi si poteva operare una selezione, salvando le piante degne di nota che diventavano così delle "nuove varietà" da riprodurre come talee o, più spesso, come propaggini. 

Questa pratica millenaria di ricavare la vite dal seme fu abbandonata a seguito di una crisi della viticoltura europea verificatasi alla fine del 1800 quando venne accidentalmente importato dagli Stati Uniti un afide, la Phylloxera vastatrix, capace di provocare la morte della specie viticola diffusa in Europa: la Vitis Vinifera (sativa e sylvestris).

Per diversi anni gli agronomi europei assistettero al dilagare di questo insetto  che, fondamentalmente innocuo sulle foglie delle nostre viti, è capace di distruggerne la radice fino alla morte della pianta. Molte varietà (soprattutto quelle "minori") andarono probabilmente perdute e a nulla valsero i tentativi di arginare il problema con pratiche agronomiche come l'allagamento dei vigneti: urgeva una soluzione brillante e quindi si tentò di ibridare le numerose sottospecie della più grande "specie europea" (la Vitis Vinifera), con le varietà americane che, avendo a lungo convissuto con l'afide, avevano sviluppato una forte resistenza radicale.

Nacquero da questi tentativi i primi cosiddetti "ibridi produttori diretti", piante che gli americani oggi definiscono "labruscane" perché, dal loro punto di vista, sono derivate della specie Vitis Labrusca. L'uva Isabella, il Clinton o Clinto, l'Uva Fragola, La Noah o Clinto bianco (o Noax) ed altre che furono ibridate con specie diverse dalla labrusca (come la Bacò), si rivelarono però resistenti all'afide solo in maniera parziale e, quel che fu peggio, non conservano le caratteristiche olfattive e gustative tipiche delle sottospecie europee (le "varietà"), che si desiderava preservare con l'ibridazione: il "genitore europeo"non emergeva più o non emergeva chiaramente. Anzi, molto spesso questi incroci riproponevano ad una diversa gradazione il sapore di "fragola" detto "foxy" della Vitis labrusca che, obiettivamente, tende ad appiattire il bouquet aromatico del vino (con diversi distinguo secondo alcuni studi statunitensi).  

Questa difficoltà di preservare i tratti tipici del genitore "europeo", è bene ricordarlo, deriva dal fatto che le diverse sottospecie del genere Vitis vinifera hanno un carattere fortemente eterozigote (la prole tende a differire dalle piante da cui discende) e la tendenza a ricombinare il DNA (o addirittura a mutare, come nel caso del Pinot Noir), produce nuove piante che possono ripresentare, oltre ad alcuni tratti dei "genitori", anche diversi aspetti molto "arcaici" (risalenti a molte generazioni precedenti).

Non essendo l'ibridazione utilizzabile per preservare le varietà del vecchio continente, si optò per una soluzione letteralmente "radicale" (perdonate il gioco di parole); si scelse cioè di innestare le varietà europee (sottospecie della specie Vitis Vinifera), su portainnesti (radici e fusto) di varietà americane o di ibridi particolarmente resistenti alla fillossera, ottenendo in questo modo una pianta che combinava la resistenza fogliare della varietà europea, con la resistenza radicale delle varietà e degli ibridi di origine americana. Le due diverse specie saldate in un'unica pianta si mostrarono all'altezza del problema e gradualmente, nel corso del '900 si riuscì così a risollevare la viticoltura europea che ne risultò tuttavia trasformata. Innanzitutto la produzione delle piante tramite innesto divenne di fatto un'attività specializzata che finì per approdare a vere e proprie certificazioni, e, fatto non marginale, l'allevamento di viti dai semi ad opera dei contadini andò sparendo (complice anche la meccanizzazione del lavoro tra i campi). 

Tutto questo ha un peso sulla biodiversità e sul patrimonio vegetale mondiale perché, è bene dirlo, per quanto sia economicamente più "salubre" una coltivazione di "varietà note" (e spesso commerciali) innestate su portainnesti resistenti alla Phylloxera Vastatrix, se l'Italia è oggi la nazione che vanta il maggior numero di varietà al mondo (545 vitigni contro i 210 francesi) è anche grazie alla pratica secolare di coltivare e selezionare varietà nate da seme (oltre probabilmente al fatto di trovarsi in una posizione geografica tale da "ricevere" numerosi contributi da luoghi remoti).

Coltivare oggi un vigneto con finalità commerciali partendo dai semi sarebbe totalmente assurdo, un anacronistico e inutile rischio, a meno di non farlo con specifici accorgimenti e con il fine esclusivo di creare nuove varietà (da innestare il prima possibile su un portainnesto fillossera-resistente).