Caro A.,

solo un siracusano poteva concepire, frustrato e niente affatto indignato, una sorta di "apologia della raccomandazione", come di recente hai fatto tu. A te che sembri più impegnato a "diventare scrittore" che a scrivere, voglio tributare la mia sincera compassione. Sei deluso perché non vivi di letteratura, come avresti desiderato da ragazzo, mi dispiace. Neanche io vivo di scrittura, ma per adesso per me conta molto il bisogno di esprimermi. Lasciami dire che forse, uno scrittore dovrebbe essere anzitutto preoccupato della rilevanza di ciò che crea e, se considera la propria scrittura utile a qualcun altro, dovrebbe cercare di condividerla.

Nel tentare questa condivisione,  in un mondo di persone che scrivono (e molte con cognizione di causa), l'autore dovrebbe ritenersi al servizio della propria arte (e per estensione di chi legge), piuttosto che pensare che la propria arte (e per estensione chi legge) debba essere al suo servizio.  L'Italia non è meritocratica e tu per questo difendi le raccomandazioni? Peggio, rimpiangi di non averne avute e le indichi agli aspiranti autori come medicine contro la loro inconcludenza? Non dovresti fare l'esatto contrario? Ad esempio indignarti verso chi le usa senza vergogna rendendo questo paese un baraccone di buffoni? Il mondo della letteratura, dell'editoria ti ha deluso. Il giocattolo non è come te l'aspettavi? Tutto ti sembra falso e ostile? Probabilmente lo è in parte.  Probabilmente non lo è sempre.  Invidi i raccomandati perché "hanno fatto successo"? Ebbene se il successo è il presupposto della tua scrittura, scusa la sincerità, forse il mondo può davvero farne a meno...