Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy qui. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito. 

Stampa

Si fa un gran parlare di meritocrazia, del fatto che per ricoprire dei ruoli chiave bisognerebbe essere competenti. Giusto, sono d'accordo. Ma qual è la situazione dell'accesso alla formazione "alta"? E... sulla base di quali principi avviene il reclutamento lavorativo alla fine del corso di studi in Italia?

Immaginando che tutti conoscano, per esperienza diretta o indiretta la risposta alla seconda domanda (vedi raccomandazioni e parentele varie), mi sembra interessante porre attenzione ai problemi che la prima domanda solleva. A quanto descritto negli articoli giornalisti qui linkati ovviamente andrebbero aggiunte delle considerazioni sulla dispersione scolastica alle scuole superiori, sull'eventuale efficacia dei sistemi di recupero, tutte le considerazioni riguardo alle facoltà a numero chiuso e, volendo fare una correlazione, capire quanto i gap culturali determinati dall'estrazione sociale di partenza, influenzino l'esclusione dalle varie facoltà. A margine di questa lettura mi chiedo: quando parliamo di meritocrazia siamo sicuri di non riferirci in realtà a puro e semplice classismo (quello più tradizionale, per giunta) mascherato dal più becero snobismo intellettuale? Così, giusto per stare nel solco di quella battuta che più o meno recitava: "Di' qualcosa di sinistra".

 

Un discorso a parte meriterebbero poi le liberalizzazioni, ferme in Italia ormai da decenni, al punto che, se un italiano oggi volesse fare il tassista, farebbe prima ad emigrare negli Stati Uniti...

 

Articolo sui costi degli studi universitari in Italia.

Articolo sulla mobilità sociale in Italia.