Quando ci siamo trasferiti in campagna, su questa prospettiva di avere a disposizione un po' di terra per un orticello e un filare di viti, avevo qualche velleità e tantissimo entusiasmo. La consapevolezza del da farsi invece era vaga ed è stato solo nel corso degli anni che ho imparato molto di più di quello che poteva derivare dall'aver visto molte volte mio nonno trafficare intorno alle sue piante. Oggi si parla spesso a scuola di compiti di realtà ed è un approccio che personalmente condivido moltissimo: ritengo che l'essere umano si spenda da sempre, anima e corpo, anche sui libri, per qualcosa a cui sente di appartentere, e nondimeno noi tutti apparteniamo principalmente alle cose su cui investiamo tempo, fatiche ed energie, avendo in mente dei fini, se non addirittura grandi motivazioni nel cuore. Un fattore chiave quindi è, secondo me, l'entusiasmo che possiamo provare (e dunque trasmettere) all'inizio di una qualsiasi avventura, sia nell'approcciarci a qualcosa che non conosciamo, sia nel coinvolgere gli altri, che siano i nostri figli, gli alunni o gli amici che ci piacerebbe portare nel nostro mondo (contenuti, forme, tecniche, esperienze, culture). Questo dell'entusiasmo è un tema che non è quasi mai preso in considerazione, quando si discute della carriera scolastica di un insegnante. Personalmente dal quarto o quinto ciclo (dopo 20/25 anni di servizio) aprirei alla possibilità di una mobilità intercompartimentale (oggi inesistente) dando al singolo la scelta di completare i restanti 127 anni di servizio (scherzo) altrove. Su questo tema, però, in venti anni di scuola non ho mai sentito un dibattito pubblico.
L'entusiasmo, dunque, al primo posto? Sì, se tenti di concepire tutta la tua vita, dal primo all'ultimo giorno, come un laboratorio permanente.
(Io tento, anche se comincio a vacillare
).
Le immagini: il mio primo iPhone per i miei giochini da bambino (apparteneva al nonno ed è stato ancora oggi usato in classe coi bimbi per rompere il tegumento dei semi).